Mamma son tanto infelice perchè ritorno da te…

Sempre più spesso, e da anni ormai, mi capita di leggere articoli o sentire le solite interviste che “lamentano” il ritorno a casa, con la coda fra le gambe, dei figlioli prodighi d’Italia.

Mammoni, li chiamano. Incapaci di farsi una vita fuori dal nido, tornano “alla prima difficoltà” a farsi proteggere, e mantenere, dai genitori. Poveri genitori, ormai vecchi e stanchi, che non possono godersi il meritato riposo perché ancora, e ancora e ancora, devono mantenere gli sventurati figli.

torno a casa da mamma

Dipende poi dal giornalista e dal tipo di taglio che vuol dare il suo pezzo, vediamo dare la colpa “a rotazione”: ai figli incapaci, pieni di sogni (o piscio e vento, come si dice in certi western trucidi) e poco altro, o ai genitori a loro volta incapaci (di educare adeguatamente i figli al mondo del lavoro e delle responsabilità). Qualche volta la colpa la si dà al Governo, ma sempre a quello precedente, che ha incasinato le cose, e mai a quello attuale, che non le sta risolvendo.

Il più delle volte si dà la colpa al cosiddetto Caso.

Il Caso fortuito, la fatalità che ha visto chiudere questa o quella azienda, perdere posti di lavoro, e quindi imporre la necessità del ritorno a casa, visto che posti di lavoro nuovi di certo non se ne sono creati.

Questi sono gli articoli più “gentili” con entrambe le generazioni, quelle dei figli e quelle dei genitori, e forse i più oggettivi che potremo mai leggere (anche se, imbavagliati come sono tutti quanti nel NON puntare il dito, e NON scavare più di tanto fra le vere ragioni e le catene di responsabilità che portano due generazioni – dico DUE – a trovarsi in una difficoltà a dir poco perniciosa, non ci racconteranno mai la verità “vera”, ma ne dipingeranno solo un pallido riflesso).

Figli mammoni, dicevamo, che all’età in cui i loro genitori avevano già costruito tutto, ancora non sanno nemmeno da che parte andare, esattamente. Dove andare a costruire (i più fortunati, che almeno non hanno famiglia e figli a carico… stai a vedere che per una volta quella che è considerata una “sconfitta” sociale, per pura botta di Q è stata la “scelta” giusta), o dove andare a RI-costruire.

Genitori che, al tramonto della loro vita, quel lungo plateau che nell’’immaginario collettivo dovrebbe essere dedicato al “godersi la pensione” si ritrovano a ricominciare tutto da capo con i sacrifici, il mantenimento dei figli, il mutuo, etc. etc.

godersi-la-pensione

Nessuno mai che pare abbia sperimentato davvero la cosa, però, e che offra un punto di vista sensato sull’argomento.

Nessuno mai che si chieda se non sono anche i figli, a decidere di “fare il sacrificio”, e tornare a casa per aiutare loro, a loro volta, i genitori. Nessuno mai che alzi la mano e dica: un attimo, questa è tutta gente che si, le difficoltà, gli stenti, la disoccupazione, ma hanno deciso di “fare quadrato” e tornare all’unica cosa davvero importante. La famiglia.

Non quella che non sono riusciti a costruirsi, vuoi per testardaggine, per sfiga o per mancanza di opportunità (anche monetarie), ma quella che, fino a che morte non ci separi, è quella che li ha cresciuti.

Scusatemi, ma io non la vedo una cosa sbagliata o da additare come una vergogna (come vergognosa per chi lo ha permesso si, ma non una vergogna, per chi si trova a dover fare quella scelta). Sarò di parte, sarò anche troppo coinvolta emotivamente dall’argomento, ma la trovo una cosa commovente. L’ultimo baluardo contro l’egoismo imperante che ci spinge ad andare avanti, passando sui cadaveri altrui.

La trovo una cosa strappacuore: figli che rinunciano alla propria indipendenza, che accantonano o mettono in standby un pezzo della loro vita per tornare a casa e aiutare i genitori a tirare a fine mese, a pagare il mutuo della casa oppure a fare la spesa e riempire il frigo, a pagare le bollette di una casa padronale ormai troppo grande per essere scaldata tutta, d’inverno. Qualcuno ci ha mai pensato, che le cose possono stare anche così, e non secondo il solito stereotipo dei figli che vivono sulle spalle dei genitori?

A me pare proprio di no, ma tanto è la solita storia: è più comodo nascondersi dietro gli stereotipi che cercare di comprendere la realtà o, dio non voglia, cercare di sistemare le cose. Offrire un futuro alle generazioni, sia quelle nuove che quelle vecchie, garantire un modo per guadagnarsi onestamente il quanto basta per vivere una vita dignitosa e indipendente.

Perché in fondo è così, che dovrebbe fare la canzone:

Mamma son tanto infelice, perché ritorno da te…

E ancora:

Mamma, solo per te la tua pensione vola…

Con la buona pace della Fornero e delle sue riforme “intelligenti”, e di quella di Renzi che aveva l’intenzione di abbassare il costo del lavoro, ma finora è riuscito solo ad abbassarne vergognosamente il prezzo (il genio).

E grazie tante, eh… alle prossime elezioni voto la mia mamma, che almeno lei, del mio bene, ne sa qualcosa…

Annunci

39 thoughts on “Mamma son tanto infelice perchè ritorno da te…

  1. È un punto di vista che effettivamente non si affronta spesso, ma è bene portarlo alla luce perché non penso che sia così improbabile. Sopratutto in un paese filo-familiare come il nostro.

  2. hai ragione ….non vediamo mai l’altro punto di vista…perché non siamo abituati a vederlo…e perché si parla solo di quelli che attaccano alla tetta di mamma..per nn doversi sfamare da soli. Non ho una gran posizione…io per conto mio e per mia indole ho tentato di rendermi indipendente in fretta…e quando ancora molto giovane ho perso il primo lavoro sarei andata a fare le pulizie piuttosto che farmi mantenere…io ho sempre gridato ” voglio lavorare e guadagnare liberando i miei ( che nn hanno mai lamentato la mia presenza a tavola) della mia pressione monetaria e lasciandoli vivere la loro vita di lavoro ( allora…lavoravano) e mutuo”…Quando mi sono trovata in difficoltà i miei hanno steso la mano e me ne sono vergognata…perché io sono quella che vuole assolutamente alleggerire il prossimo… Sono d’accordo sul fatto che a volte è necessario dare una mano ai nostri genitori se serve. anche se questo fa a botte con il pensiero che ogni figlio debba per se stesso crearsi una vita sua, una famiglia sua( nn vuol necessariamente dire sposarsi…avere figli… a volte famiglia è un concetto diverso… io lo intendo come una propria sfera comoda dove vivere affettivamente), confrontarsi con la vita magari anche sbattendoci la testa pesantemente…farsi i conti, nn arrivare a fine mese ( poche palle…se nn sei nato Onassis…nn ci arrivi manco se hai un lavoro fisso..se nn guadagni oltre duemila euri al mese…)e via discorrendo. Ho un pessimo esempio sotto gli occhi… una persona che alla mia età ancora riceve il bonifico da mammina…. che paga affitto e cibo, una umiltà pari a zero e una altrettanto pari a zero consapevolezza di nn aver combinato un cazzo di buono nella vita pretendendo il posto di lavoro “comelodiceleicheselomerita” …e quindi vado giù dura, ma sono in grado di capire..che a volte è una scelta necessaria… e ci sono sicuramente casi nei quali è giusto. CMQ…. Amo la mia famiglia sono il mio punto fermo, ma spero che non dovremo mai ritornare a convivere…perché loro non sopporterebbero me e io non sopporterei loro..sarebbe davvero triste…(pipponazzo…perdonami…oggi mi sento solissima….)

    • Sono d’accordo con te makeupraimbow, anche io ho sempre cercato di rimarcare il più possibile la mia indipendenza economica e capisco perfettamente il tuo discorso. L’unica cosa che mi lascia poco d’accordo è la frase “nn arrivare a fine mese ( poche palle…se nn sei nato Onassis…nn ci arrivi manco se hai un lavoro fisso..se nn guadagni oltre duemila euri al mese…)”. Oltre duemila euro mensili per rientrare a fine mese?!? Se fosse così saremmo all’80% alla ricerca di un ponte sotto cui vivere! 😀

      • Scusami forse mi sono espressa male..per me arrivare a fine mese vuol dire pagare mutuo, bollette e varie altre spese ( macchina, abbonamenti, e quant’altro sia obbligatoriamente DOVUTO e non sacrificabile), riempire il frigo tt le settimane, concedermi qualche svago fuori ( nn importa cosa…cene, gite, cazzeggi….io nn vivo per lavorare…lavoro per vivere…pretendo di potermela godere almeno un po…con lo sbatti che mi faccio ;-P) e metter via qualcosa senza avere il conto vuoto…Questo per me a 36 anni suonati..vuol dire arrivare a fine mese… E credimi non è scontato… Io penso seriamente…che per “arrivare a fine mese” ovvero per vivere bene…che non significa per forza andare in Ferrari o avere diamanti che mi escono dalle orecchie, con la pressione che c’è tra mutui, bollette, quanto si spende a fare la spesa( è pazzesco..ti partono 30 o 40 euro…a comprare quattro cazzate) e via dicendo…con duemila euro al mese…ce la si fa…lo so che sembra utopistico. Io vado al super e prendo le offerte, compro i prodotti a marchio supermercato…mi faccio i conti e mi concedo svaghi solo nel weekend, se rientra nel budget, centellino le uscite milanesi e faccio il conto quando vado in vacanza…Dopo quasi 20 anni che lavoro..sinceramente questo per me non è arrivare a fine mese dignitosamente…Ci facciamo un mazzo così, sacrifichiamo la nostra vita privata e siamo sempre a pezzi, siamo sotto una pressa lavorativa ( e meno male che ce lo abbiamo un lavoro per carità ringrazio iddio) e arriviamo a fine mese facendoci i conti…Non dico che è obbligatorio uscire a cena…ma non è nemmeno normale dover pensare solo alla pressione dei soldi sulle uscite DOVUTE… a me vivere solo per il DOVUTO nn va… sarò fatta male..Ma, e lo penso per tutti, la nostra generazione fa sacrifici da sempre… Ecchecavolo ci meritiamo una serenità economica…

      • serenità economica… questa sconosciuta. io vivo da anni in un costante stato di ansia economica, bancarotta emotiva e fisica, disillusione post-traumatica da stress. E ho detto tutto. 2000 me li sogno, ma anche 1000. 1000 per i “bisogni primari” (mangiare e dormire, scaldarsi, lavarsi) non bastano. conti in tasca fatti al centesimo eh (affitto, bollette, manutenzione casa, spesa essenziale e siamo già fuori. a Milano, non a New York)

      • No ma per carità, io capisco perfettamente il tuo discorso e le spese e tutti i ca**i e mazzi che bisogna pagare ogni mese. Ma il mio discorso era proprio il contrario, 2000 al mese per una persona sola mi sembrano tanti!! Certo, dipende dalla città in cui si vive…ma non c`è bisogno di arrivare a 2000 per potersi mantenere da soli. Se fosse così, dicevo, saremmo veramente un paese alle soglie della fame. No?

      • si si infatti io facevo il discorso x 1.. 1000 – 1200 al mese si vive, c’è chi ce la fa anche con 600 (ma poi entra in campo il dettaglio affitto. un affitto medio di monolocale qui a milano va dai 600 agli 800 e quindi siamo già fuori). abbiamo ragione tutti insomma…

      • Si, esatto. Milano iper cara. Una mia conoscente sta vivendo in una STANZA in appartamento in condivisione pagando 600 €! Lo stesso che pago io per il mio bilocale a Barcellona. Va beh. Poi ognuno fa le sue scelte e si equilibra in base allo stile di vita che vuole/può tenere.

  3. Uno dei più beceri comportamenti dei governi recenti di questo Paese, è stato quello di accettare subdolamente di affidare alle famiglie un nuovo ruolo, quello di ammortizzatore sociale. Pensa a quanto faccia comodo a questo Stato che qualcuno si occupi dei disoccupati in vece sua. Con buona pace dei sindacati, ormai asserviti al sistema e opportunamente zittiti. E per di più continuando a massacrare di tasse proprio i pensionati. Che porta anche ad un’altra considerazione. Il pensionato in buona sostanza sta restituendo giorno dopo giorno ciò che ha meritatamente consolidato in una vita di lavoro. Come se il lavoro sia stato un favore che la società gli ha fatto. È incredibile.
    È uno scandalo, un vero scandalo che non ha eguali nel cosiddetti Paesi più industrializzati.
    Tra l’altro la perdita dell’indipendenza ottiene anche l’effetto di soggiogare le menti, di soffocare le doti creative, di rendere velleitaria l’intraprendenza, di oscurare culturalmente.
    Ed è esattamente come ci vogliono: popolo bue.
    Hai scritto un post sacrosanto, amaro, molto amaro anche nel suo sarcasmo.
    Non serve esprimere solidarietà. Servirebbe ben altro in Italia.
    Se io fossi giovanotto e non avessi figli che ancora devono sistemarsi, da questo Paese avrei già tagliato la corda.
    Ciao, Piero

      • Ma voglio anche aggiungere una considerazione positiva. Reinventarsi in qualche modo è tutto ciò che si può fare. La forza è in noi stessi.
        Grazie. Ciao, Piero

    • Grazie Piero della tua condivisione. Hai fatto un’analisi estremamente attuale. Il concetto di famiglia come ammortizzatore sociale non lo avevo mai focalizzato e devo dire che hai proprio ragione.
      A proposito del tagliare la corda, proprio in questi giorni parlo di questo sul mio blog e nascono considerazioni molto simili alle tue. La famiglia spesso diventa un “ostacolo” (non lo dico in maniera negativa, per carità), come dici tu quando si è soli certe scelte si possono fare più liberamente. Anche con quel pizzico di incoscienza che non fa mai male.

      • Sono assolutamente d’accordo anche io, infatti più di una volta mi sono trovata a tirare un sospiro di sollievo e pensare “ma menomale che almeno non ho figli a carico…”
        Triste, ma vero

      • Caro Stefano, sto cercando di convincere i miei due figli che devono abbandonare ogni logica sentimentalistica. Se loro partissero, certo ci soffrirei ma per il LORO bene io lo accetterei. L’ho fatto anche io a suo tempo.
        Ad esempio, mio figlio già ingegnere meccanico sta per finire la magistrale. Entro qualche mese, dovrà decidere. Credo che illudersi che questo Paese gli dia le possibilità che meriterebbe sia la cosa più sbagliata. L’Australia o il Canada gli stenderebbero tappeti rossi. Che non vuol dire che dopo sarà una passeggiata ma rimanere qui, se non disoccupati completamente frustrati per non aver realizzato i propri obiettivi, lasciandosi prendere dai sentimentalismi, diventerebbe una scelta di cui pentirsi per tutto il resto della vita.
        Certo non è bello sentirsi dire abbandona la tua terra, le tue radici, la tua cultura, i tuoi affetti. Ma quegli imbecilli palazzari di Roma non hanno alcuna intenzione di risolvere il problema. Banche e Confindustria hanno trovato il burattino giusto e noi saremo sempre più asserviti e schiacciati sotto il peso degli interessi finanziari internazionali.
        Porto un altro esempio. I miei cugini che vivono in Canada, in ogni busta paga lasciano una percentuale intorno al 7% che va a costituire il “Retirement fund”. La pensione. CHE NESSUNO GLI TOCCHERA’ MAI. Sono soldi loro messi da parte in un apposito fondo. In totale in un Paese industrializzato come il Canada, la pressione fiscale non supera il 20%, in casi eccezionali arriva al 30% ed i salari sono nettamente più alti. Un operaio, di base, guadagna 30mila dollari l’anno. Il figlio di una delle mie cugine, coetaneo di mio figlio, guarda caso anche lui ingegnere laureato al Politecnico di Toronto, lavora dal terzo anno di università, ha già finito la magistrale ed ha appena avuto un contratto di 70mila dollari l’anno.
        Ragazzi, ma di che cosa stiamo parlando?
        Scappate, voi che potete. Qui è una gigantesca farsa.
        Ciao, Piero

      • concordo pienamente, ma come ho detto più volte, purtroppo, anche scappare bisogna poterselo permettere…e al giorno d’oggi c’è chi davvero non è più riuscito a mettersi via il becco di un quattrino e, materialmente, i soldi per andare via e ricominciare da un’altra parte (dovrai pure avere una casa, una prospettiva di lavoro… giusto da presentare in dogana quando ti chiederanno: ma lei, qui da noi cosa ci viene a fare?) non ce li hanno.

      • Hai assolutamente ragione. Ecco perché alcuni Paesi hanno programmi di immigrazione per i cosiddetti “skilled immigrants”, in cui sono previsti supporti e aiuti nei periodi iniziali di permanenza.

      • Ciao Piero, se vuoi segui la mia rubrica. Si parla proprio di quello. E magari falla leggere ai tuoi figli, vedranno situazioni ed esperienze reali. A presto!

  4. Sono d’accordo con ciò che hai scritto nel post.

    Restare o tornare a casa non significa necessariamente fallire, anzi, talvolta può essere una liberazione da squallide ambizioni. Certo, la dimensione familiare non deve essere un ostacolo alla propria vita (e alle proprie scelte personali) ma nemmeno può essere vista come qualcosa da rifiutare o abbandonare a tutti i costi.

    Ciascuno decide cosa fare della propria vita, di consiglieri – tra giornalisti e politici – ne abbiamo già troppi.

    Nella vita esistono delle priorità che ciascuno stabilisce in base al proprio retroterra. Chi vuole fare carriera vada dove gli pare, è libero. Sono altrettanto liberi quelli che decidono che la vita è altro.

    Io non scappo, vivo lontano dalla regione in cui sono nato (regalando migliaia di euro all’anno e metà del mio guadagno al profittatore di turno che mi affitta casa) ma non sono scappato da nessuna parte e non andrò troppo lontano. Mi piace viaggiare anche per poter tornare da qualche parte.

    Solo le macchine non hanno radici.
    Io non sono stato partorito da una macchina, non sono nato in un limbo e non sono cresciuto nel nulla. Sono legato ad un luogo che sentirò sempre mio. Un posto pieno di problemi ma bellissimo e vivo. Una terra dove la mia famiglia vive da generazioni. Una terra che ho il privilegio di chiamare casa.
    Ciao

  5. Ciao, è da qualche giorno che ti seguo, visto che ultimamente ho molto tempo “libero”. Ciò che affermi sulla famiglia lo condivido. Tuttavia, quando ho letto “figli che rinunciano alla propria indipendenza”, ho pensato che non è possibile rinunciare a qualcosa che non si ha più, o meglio che si è persa per intero, seppur temporaneamente. Poi, mi rendo conto che le variabili in gioco sono tante e che ogni persona vive la situazione in un certo modo. Ad esempio, io così come tanti altri, voglio bene ai miei, li aiuto, a volte ho l’ultima parola su certe questioni familiari di natura ordinaria. Però, chi la vive come me, a 30 anni vuole togliersi di torno. Quest’ultima forse è un’espressione molto sbrigativa e non pretendo che sia verità rivelata. Leggila, se puoi, con il significato più positivo possibile. Ero ad un passo dal farcela e sono tornato al punto di partenza nel giro di poche ore di treno… e la cosa brucia. Molto.

    Il tuo blog mi piace. Se non disturbo, spero di poter tornare a commentare.

    Buona serata.

    • Certo che non disturbi anzi! Grazie di essere passato e.. Si, comprendo perfettamente. Dopo 10 anni di “carriera”, quando ormai avrei dovuto tirare le somme e sai, magari vedere anche qualche risultato, mi guardo in faccia e mi ritrovo al punto di partenza. E brucia tanto, brucia anche ai miei, che hanno a loro volta fatto sacrifici per “farmi crescere” (e non solo fisicamente). E anche per quel che riguarda l’indipendenza che non abbiamo mai avuto che dire.. Da un certo punto di vista è davvero così. Una cosa veramente triste.

  6. Ciao, ho letto con interesse alcuni post del blog e mi sono soffermata su questo.
    Ho 45 anni e due mesi fa sono tornata a stare dai/con i miei. Scelta? si, no, insomma. Avevo 2 part-time, per un mille euro al mese totali, nel luglio 2012 ne ho perso uno e poiché il rimanente era un co.co.pro non ho nemmeno preso la cassa integrazione che la cooperativa aveva chiesto per 2 mesi. Poi a inizio 2013 se ne è andato anche il contratto a progetto. Ho retto quasi 3 anni saltando di “lavoretto” in lavoretto e dando fondo ai risparmi. Pur di non rientrare mi sono arrampicata sui vetri. Ora sono qua da 2 mesi, 2 mesi lunghissimi e pesanti. Non sono tornata per aiutare loro, ma conosco persone che lo hanno fatto. E a parte letto e cibo non ricevo altro, ma di sti tempi è già tanto. Mammona? me ne sono andata di casa la prima volta a 16anni. L’università me la sono pagata da sola. Ho contato sempre e solo su me stessa e su pochi amici sinceri. I miei la mano non me l’hanno mai stesa nemmeno da piccola, figuriamoci ora. Ma almeno ho un letto e da mangiare.
    Non rientro nella bellissima lettura che hai dato del fenomeno, quella di barriera all’egoismo, purtroppo. C’è solo un disperato tentativo di restare a galla e non arrendersi, non accettare qualsiasi cosa purché sia.
    Ma vedo anche quell’altra possibilità, la vedo nelle scelte di tante persone che conosco, dalla conoscente che aiuta la figlia vedova con due bimbi all’amico che vive con mamma perché la di lei pensione non basta. E ci sono persone splendide che la mano la tendono pure agli estranei in un mutuo reciproco scambio di aiuto.
    Blog molto interessante il tuo, ho twittato un paio di post recenti, meritano.

    • Grazie, sei molto gentile e profonda nelle tue riflessioni. Quel che dici è bavero il mondo è pieno di esempi, sia belli che “brutti”. Io porto i miei pensieri e riflessioni, ma scrivo anche e soprattutto perché ogni tanto qualcuno decide di condividere i propri con me, come Hai fatto tu. Trovo che una delle cose più importanti sia non chiudersi in se e fissarsi sulle proprie esperienze ma aprire la mente, considerare quello che accade agli altri – anche se diverso- e sapere di non essere soli.
      Un abbraccio e grazie ancora.

  7. Piuttosto che tornare a vivere con i miei andrei a vivere sotto a un ponte..
    Parlo per me, per la mia esperienza familiare.
    Comunque per chi decide di ritornare a vivere con i propri genitori più che vergogna si tratta di sconfitta personale.
    Personalmente mi sentirei sconfitta , svuotata, incredula ma , soprattutto, incazzata.
    Quelli che scrivono articoli del genere descrivendo l’italiano come mammone non hanno mai perso il lavoro, non sanno cosa significa ritrovarsi da un giorno all’altro senza il lavoro fisso che facevi da 9 anni e dover reinventare la vita partendo da zero, pensare a come trovare i soldi per pagare le bollette, affitto, spesa, ecc. Il Tfr dopo un po’ finisce.

    • Klaudyna…
      capisco, e ti auguro di farcela senza dormire sotto i ponti.
      Io il Tfr non lo avevo e mi negarono pure la cassa integrazione perché avevo all’epoca 2 part-time ed uno era un contratto a progetto che di fatto mi rendeva impossibile percepire la cassa integrazione dell’altro lavoro che era un tempo determinato.
      Ho vissuto per 3 anni dei miei risparmi. E ci ho pensato ai ponti e alla stazione (porta nuova a torino), d’inverno fa freddo, tanto, l’ipotermia non è uno scherzo. E in quanto donne corriamo molti più pericoli. Fosse solo il freddo….
      Io sono tornata dai miei. Come dici tu sconfitta, vero, ma viva e sana. Sto bene? No. Come si può anche solo pensarlo? Ho 45 anni e son tornata a stare con i miei dopo 20 anni in cui ho avuto una mia casa, gestita con i miei ritmi e le mie regole. Ma per quanto male possa stare da qui posso ripartire in qualche modo, cercare una via, anche solo riposarmi e riprendermi dal trauma. Da in mezzo alla strada con un sacco a pelo la vedo dura.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...