Choosy, picky, vizy

Ultimamente una delle cose che mi riescono più difficili è far capire al mondo del lavoro alcuni concetti. Concetti base, che solo dieci anni fa venivano dati per scontati e facevano parte del vocabolario di ciascun lavoratore e datore di lavoro, ma che ora sembrano misteriosamente scomparsi. Come se non fossero mai esistiti.

Etica, ad esempio.

Giusta retribuzione.

Cose così.

Sempre più difficile mi è poi far capire questi concetti in questo clima di disoccupazione, disperazione, dove tutti sono alla ricerca di un “lavoro qualsiasi, purchè pagato” e di pagare il meno possibile qualsiasi lavoro. Tutti o QUASI tutti.

Si, perché c’è ancora qualcuno che, come me, resiste, per fortuna.

Siamo pochi, siamo scalcagnati, ma ci siamo.

Il problema è che, quando non accettiamo un lavoro per un qualsiasi “nostro” motivo, veniamo giudicati choosy. Picky. Vizy.

Ok, l’ultima parola non è un vero inglesismo.. ma rende bene, perciò l’ho coniata.

Io sono una vizy, ampiamente vizy, lo ammetto. È che quando mi propongono “un lavoro qualsiasi”, che non ha nemmeno lontanamente a che fare né con quello che facevo prima né con quel che faccio ora, mi scatta dentro una cosa, non so bene cosa sia, ma credo che una componente ne sia la rabbia. Un’altra è la delusione. Un’altra ancora il rifiuto. E poi c’è l’orgoglio anche.

Tutti sentimenti negativi, lo so, ma non tutti completamente. Di orgoglio, ad esempio, nella vita bisogna averne il giusto pizzico, non credete? Non si può mica continuare a farsi calpestare dalla gente, o a mettere le priorità degli altri difronte alle nostre!

un lavoro

“C’è un amico di una società di assicurazioni che cerca una segretaria, ti interessa?”

Io, studi umanistici per fare la giornalista,  poi finita nel turismo, ora nel marketing/web marketing… mi guardo in faccia e mi dico, ma siete seri? Ma io che ne so? Ma davvero devo considerare di nuovo l’idea di buttare all’aria quanto fatto negli ultimi 15 anni, le esperienze acquisite, e RICOMINCIARE DA ZERO con un contratto di apprendistato?

Davvero mi state dicendo questo?

Davvero mi state dicendo che non c’è un motivo per cui uno che ha il patentino del muletto e non quello della gru non dovrebbe andare a guidare le gru? No, perché se ci pensate il danno magari non è “materialmente” lo stesso, ma umanamente, eticamente, lo è.

Io sono brava in quello che faccio, e mi piace pure! Perciò no grazie… preferisco mi diate della Vizy.

Preferisco dare a Cesare quel che è di Cesare.

È lo stesso meccanismo che mi scatta quando vedo che in azienda viene messo in una certa posizione “il cuggino” o “l’amico di” di turno, un tizio/tizia manifestamente incapace di qualsiasi azione, pratica o cognitiva che sia, utile a quella azienda.

C’è di buono dunque che sono oggettiva, nel mio perseguire l’utopia del “lavoro giusto per ciascuno di noi”.

la-fine-del-lavoro

E purtuttavia, per la maggior parte della gente sbaglio. Sbaglio a vederla, sbaglio a rifiutarmi di fare un lavoro palesemente non nelle mie corde, nella paura di non saperlo proprio fare e in quel caso deludere il committente… ma chi mai ancora si fa questi problemi? Non essere all’altezza di un compito per cui si viene pagati.. bah, bazzecole! Si fa, si chiede di essere pagati, a quel paese la coerenza, l’etica e la professionalità! Si arrangeranno un po’, questi committenti incapaci di scegliere un collaboratore no? Non è un mio problema.

La maggior parte della gente si nasconde dietro il “non è un mio problema”. Grandissima via di fuga… che io non sono capace di usare.

È ancora un mio problema se il mio committente fa una brutta figura per causa mia. È un mio problema se non vende, se non ottimizza, se non conquista nuovi clienti, etc etc. o almeno lo è se io so di non aver fatto il 100% di quello che potevo, per aiutarlo, visto che dopotutto mi paga. Si spera.

Ecco, ogni giorno mi capita di alzarmi, e accorgermi che un pezzo di questo mondo del lavoro se n’è andato per la strada sbagliata, e la cosa mi fa ancora arrabbiare.

Sbaglio, anche qui, perché non è colpa mia, non ci ho potuto fare niente… o forse si?

Forse se ciascuno di noi avesse continuato a rifiutarsi, invece di svendersi pezzo pezzo? Forse se avessimo continuato a chiedere il giusto prezzo, a fornire la giusta qualità di lavoro, invece che abbassarci alla mediocrità richiesta oggi dall’azienda-tipo?

Forse se avessimo rifiutato di specializzarci fino alla nicchia, perché i tuttologi non piacciono a nessuno, e avessimo impedito “loro” di relegarci nei cantucci di specializzazione da cui poi vogliono farci uscire per impiegarci in cose che non ci riguardano e, vista la mancanza di esperienza, pagarci di meno?

Forse se avessimo mantenuto intatto il nostro orgoglio, invece di farci piegare dalla disperazione?

Ancora, non colpa nostra. La disoccupazione, la disperazione, il concetto che “si fa di tutto, purchè ci paghino”. Colpa del “sistema”, non colpa nostra… Oppure si?

Non lo so, questo mi resta un grande quesito da un bel po’, e proprio non riesco a risolverlo, visto che alla fin fine si può fare i choosy, e i vizy, solo fino a un certo punto, solo fino a che effettivamente si può. E’ quando non si può più, quando si ha proprio bisogno di quei soldi per mangiare, che succedono i casini.

E di casini, da queste parti, ne sono successi tanti. Anche troppi.

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22 thoughts on “Choosy, picky, vizy

  1. Esatto, amica mia. Tutto quello che dici, più che esatto. A me offrirono posti come gelataia e barista. In fondo ero disoccupata, non “giornalista disoccupata”. Disoccupata = disperata. E certo è così, ma si tiene duro, per dignità e orgoglio. E, ancora, non siamo arrivate al limite. Finché si può.
    Ma più vado a avanti e più mi rendo conto che, nel futuro, probabilmente mi specializzerò ancora, ma in un altro settore, quello delle badanti. E gareggerò con le bravissime badanti dell’est, abbassando ulteriormente il compenso per avere una chance. Forse, chissà.

  2. Il problema pesante viene quando non ci sono quattrini per pagare l’affitto: allora arriva il momento di fare altro. Tanta gente non può permettersi di scegliere e nemmeno di rifiutare.

    Nel mercato del lavoro esistono una quantità di impieghi che non richiedono nessuna conoscenza specifica ma solo un po’ di cervello e capacità di adattamento. Ovvio che se uno non ha mai fatto né visto nulla oltre le quattro dispense del proprio corso di laurea avrà più difficoltà a trovare da vivere.
    Per fare certi lavori di segreteria (come quello che hai descritto) occorre un bagaglio di conoscenze acquisibile in tre mesi: basta leggere e tenere gli occhi aperti.
    I nomi che spacciano su Linkedin sono solo fuffa: cazzmanager, minkiastrategist, fessaddicted. Il nuovo ceto impiegatizio/spazzatura concentrato nelle città di Milano e Roma: persone con il cervello di una bertuccia e un pacchetto di compitini acquisito in un semestre scarso. È questa la competenza che temi di non avere?

    Tornando al tuo discorso, posso capire benissimo le persone che rifiutano e scelgono. È legittimo, è giusto, spesso l’ho fatto anche io.
    I guai arrivano quando il contante scarseggia.
    Ciao

    • Hai assolutamente ragione e no.. Non era il cervello da bertuccia che temevo di non avere (ottima analisi non avrei saputo dirlo meglio). No il problema era più complesso sono io che l’ho semplificato. Nel caso del cervello bertuccia il problema è che non sono in grado di farmelo crescere, proprio non ci riesco. E più forte di me.. Hai presente? Proprio come il non riuscire a fare un lavoro ad cazzum perché “tanto non frega a nessuno” (a me si), o far un lavoro che non mi piace perché almeno paga (si ma poi va tutto in medicine)… Il tutto poi non è nemmeno una discussione filosofica, anche se vorremmo che lo fosse, perché quando i soldi scarseggiano.. O meglio come dice mio nonno: quando l’acqua tocca al culo tutti imparano a nuotare.

      • Io non credo che finiremmo per fare un lavoro «ad cazzum», il problema è che finiremmo per fare bene un lavoro che non ci piace e lì, come hai giustamente detto, sarebbero dolori… Ma si vedrà.
        Venendo alle cose pratiche: mi restano pochi mesi di autonomia economica, una tesi di dottorato da finire e una carriola di aspettative. Avrò presto modo di sperimentare quanto abbiamo detto!
        Ciao!

  3. Hai perfettamente ragione… Ormai, in Italia, competenze, capacità, espereinze, non valgono più nulla. Impera il qualunquismo più assoluto, a tutti i livelli, in tutti i campi. Risultato: il nostro paese anzichè uscire dalla crisi, vi sprofonda sempre più e sarà difficile riuscire poi a risollevarsi perchè ricostruire è molto più difficile che distruggere. Prepariamo un futuro fatto di lavori precari, mal pagati e qualunque per gente qualunque; avremo una classe dirigente incompetente, incapace, collusa – sempre di più – , formeremo giovani sempre più incompetenti ecc. ecc.
    Che tristezza! E non vedo via d’uscita.
    Buona giornata, però, buona settimana.
    Da inguaribile sciocca sentimentale, credo che prima o poi qualcosa di bello accade sempre: forza che toccherà a te 🙂

    • OMG adesso mi sono depressa.. Hai assolutamente ragione anche tu su tutto. Ma io continuo a combattere, a dire no, a fare la spina nel fianco (anche di me stessa, se serve).
      Grazie e buona giornata anche a te!!

  4. Ti comprendo benissimo. Proprio oggi ho rifiutato un’offerta di lavoro non perché non abbia bisogno di lavorare,ma perché mossa da questa pratica comune di non considerare equamente il lavoro e la professionalità. Non sono choosy se rifiuto un lavoro che svilisce la mia professionalità. Vorrebbe dire che ho buttato gli ultimi dieci anni della mia vita e tutto quello che nel bene e nel male hanno portato questi 10 anni di formazione e sinceramente non sono ancora pronta a rinunciarci.

  5. Ciao cara, è da un po’ che non commento i tuoi post, ma ora che sono più depressa del solito, vorrei scrivere due righe.
    Anch’io qualche volta ho rifiutato alcune proposte che, dal mio punto di vista, erano assurde e condivido tutto quello che hai scritto.
    Diploma in lingue, laurea in filosofia, dapprima sono partita con vari stage in HR (fini a se stesssi) e poi sono seguite brevi collaborazioni a tempo determinato con mansioni impiegatizie/segretariali generiche. Mai un cane che mi abbia assunta…non c’era mai margine. Tanti complimenti e tanti saluti.
    2013 anno nero: niente di niente.
    Allora nel 2014 ho tentato l’iniziativa privata: grazie alla mia famiglia ho aperto un negozio che è durato ben 11 mesi e che ho chiuso in primavera. Tantissime spese, incassi insufficienti.
    E ora????
    Le aziende pretendono risorse già formate e con esperienza (la mia è insufficiente per ogni annuncio che trovo).
    Basta aprire un qualsiasi annuncio per “segretaria” e partono una sfilza di requisiti spesso assurdi, con richieste di competenze che io, francamente, non ho, ma che potrei acquisire sul campo in tempi brevi.
    Oppure, se anche ti dichiari disponibile a valutare un iniziale periodo di tirocinio, sei troppo vecchio. Ormai il limite è di 29 anni.
    Della qualità, della persona in sé, in realtà, frega niente a nessuno. A loro interessa solo avere la risorsa con “minimo sforzo, massima resa” e questo vale per diversi aspetti: formazione, tipo di contratto, retribuzione, competenze/esperienza (che devono già esserci), età.
    Spesso poi più sei deficiente, meglio è. Lavorano i maleducati, gli ignoranti e gli storditi.
    In questo modo non lavorerò mai più, tenendo conto anche del fatto che abitando in un remoto paesino della bassa novarese ho anche il problema della distanza che alle aziende di Milano fa rabbrividire. Torino pure, è anche più lontano.
    Però, purtroppo, non posso permettermi un monolocale a 700/800 euro al mese nella metropoli se non lavoro e se non guadagno almeno 2000 euro.
    Mi serve solo una bella raccomandazione, come da tradizione del Bel Paese, ma ahimé, non ho santi in paradiso.
    Onestamente non so più cosa inventarmi.
    Tra poco più di un mese compio 32 anni, vivo con i miei e non vedo nulla di buono…

    • Hai detto tutto, che altro dirti… Solo che io sto su quei livelli di affitto e 2000€ non lo ho mai presi.. Forse è che non dobbiamo demoralizzarci.. Insomma quello non dobbiamo farlo mai in effetti. Ci sono già gli altri che ci buttano giù abbastanza no? Un abbraccio…

  6. Ciao nonnina,
    bel ragionamento. Vediamo se riesco a tirarne fuori una metafora.
    Io sono un soldato ed eseguo gli ordini del mio generale.
    Io faccio il macchinista, mi occupo di far arrivare i treni puntuali.
    Io muovo una valvola che permette al gas di fuoriuscire.
    Non è un problema nostro se sono morti 6 milioni di persone durante la seconda guerra mondiale.
    Non è colpa nostra, oggi, se il mondo del lavoro è un caos totale.
    Davvero?
    Simone

  7. Credo che sia giusto difendere la propria posizione e il proprio orgoglio, fino a che la necessità non prende il sopravvento. Come dici tu, quando i casini la fanno da padrone, occorre adeguarsi, ahimè. E per un tozzo di pane, si fa anche il camionista, anche se non si ha la patente giusta.

  8. Bene, ti riporto un breve sunto dell’ultima super riunione di lavoro dove la super respondabile ci informava che in ostri super contratti a progetto sarebbero passati a super contratti con cooooooperativa.
    “Io non posso assumermi la responsabilità di tenere qualcuno a contratto a tempo indeterminato se non mi produce o mi produce tanto un mese si e l’altro no. A queste persone io sono costretta a fare i contrattini di 3 mesi, magari è uno STIMOLO in più a fare meglio (sottolineo stimolo. Che io avevo in quel momento, ma di fare altro)”. Io ero disgustata, i miei colleghi facevano su e giuà con la testa. Su e giù.
    Io nom ho specializzazioni, ho iniziato l’università e l’ho lasciata dopo due anni perchè non ho voluto impegnarmi. Mi accontento di qualsiasi lavoro e mi va bene.
    Ma credo che a breve mi specializzerò in “l’evoluzione motoria di mandare affanculo laggente col solo movimento del braccio”.

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