Ti auguro un annetto, ma anche due, di disoccupazione.. è il nuovo anatema

Sempre più spesso sto augurando a un sacco di persone di vivere almeno un annetto, magari due, di disoccupazione.

Lo so, a sentirlo così sembro una stronza, una che si diverte a lanciare anatemi a perfetti sconosciuti, ma credetemi: non lo faccio mai “gratuitamente”, ma solo se ampiamente provocata.

Il problema è che sempre più spesso la gente mi provoca.

ti auguro

se non lo avete ancora fatto, andate a visitare la pagina Facebook di Io ti maledico… mooolto appropriata.

Quando entro in un negozio, ad esempio, e le commesse non solo non mi degnano di un saluto o della minima considerazione, ma vanno avanti imperterrite a raccontarsi i fatti loro, e bla bla bla, fino al punto di reagire scocciatissime alla mia incauta domanda di aiuto. Non avessi mai osato interrompere il loro divertimento per chiedergli di.. fare il lavoro per cui sono pagate.

Oppure quando mio padre va in Comune a rifare la carta di identità, e lo trattano come un povero vecchio mentecatto che non ha altro da fare che andare a rompere le scatole allo sportello, per una quisquilia come il rifarsi la carta d’identità scaduta.

Oppure quando mia madre va in posta a ritirare una raccomandata, o un pacco, e la fanno stare in piedi per ore, ad aspettare, perché prima viene il resto del mondo, poi la pausa caffè di 20 minuti che lascia tutti gli sportelli scoperti- perché la pausa caffè e sigaretta è un diritto imprescindibile e insindacabile del lavoratore moderno. Cascasse il mondo.

(ma ero solo io che se al front office in albergo c’era la coda, fosse anche l’orario della pausa mensa – che poi chiudeva – o mi scappasse la pipì cosmica, non mi potevo allontanare, pena una lettera di richiamo?)

Stessa cosa con gli impiegati della banca, con gli operatori telefonici e di call center, con qualsivoglia operatore/assistente/commesso/WTF che ultimamente mi capita di incontrare: tutti frustrati, tutti con dei gran problemi (e chi non ce li ha?), tutti li a lamentarsi.. tutti A PRENDERSELA CON IL MALCAPITATO CHE HANNO DAVANTI. E che solitamente si trova davanti a loro perché costretto.

E che oltrettutto E’ IN FIN DEI CONTI COLUI O COLEI CHE GLI PAGA LO STIPENDIO.

Quello con cui vanno in vacanza, si comprano  la borsa e le mutande firmate, mandano il figlio alla scuola privata che tanto le fa sentire uberfighe, etc. etc.

cessi

Ora, io non voglio generalizzare: so che c’è anche gente che fa bene il suo lavoro (a trovarla!) e che ultimamente non è facile per nessuno.

Ma checchezz! È proprio perché IO LO SO che pretendo un minimo di considerazione, empatia, comprensione. Quella stessa che applico per essere sempre cortese e gentile quando ho a che fare con qualcuno, quella stessa che mi impone sempre e comunque di avere rispetto per chi ho davanti, per chi sta lavorando, per chi sta peggio di me. O per chi non ci sta ma non fa niente, io gli porto lo stesso rispetto.

Ma NON quando lui (o lei) ostinatamente non ne porta a me!

Perché la disoccupazione ti cambia, e voi lo sapete, ma chi disoccupato non è, o non è mai stato, non lo sa. Ed è allora che gli capita di avere atteggiamenti che noi, disoccupati irritati, stanchi, incazzati, non siamo più disposti a tollerare da brave pecorelle.

vaffa

A noi l’impiegato statale fancazzista ci fa proprio uscire i fumi dalle orecchie, ci fa venire voglia di allungare una mano, prenderlo “per il caravattino”, e sbatterlo contro quel vetro dietro cui si trincera, l’aria annoiata dalle nostre richieste, a maltrattarci come se fosse tutta colpa nostra, il fatto che il suo lavoro – caldo, asciutto lavoro regolarmente pagato, con tutti i contributi, annessi e connessi – lo tedia terribilmente, lo stressa, lo vessa.

A noi le innumerevoli pause caffè che ci lasciano in coda a morire, le chiacchiere dei cavolacci loro delle commesse, la generale incuria nei rapporti umani, la mancanza di un sorriso e un minimo di quella-cosa-li (che poi si chiama educazione e che l’hanno insegnata le nostre mamme) ci manda ai pazzi.

Perciò io glielo auguro, un bell’annetto di disoccupazione. E i corsi di “ri-formazione”, e di avere a che fare con le istituzioni e i suoi impiegatucoli, gente identica a come sono loro in questo preciso istante. Glielo auguro, di non dormire la notte al pensiero di come fare a mettere in tavola un paio di pasti tutti i giorni, e di sognare le vacanze come un disperso nel deserto sogna un’oasi.

E gli auguro la terribile, vivida consapevolezza che non lascia scampo. Che certe vacanze sciambola non te le potrai, forse, mai più permettere. Che un mutuo.. ahahah ma quando mai! Se mai riuscirai ad accenderlo, ti spegnerai bicentenario ma comunque prima di lui.

Homeless_by_Hannatar

Perché la disoccupazione ti cambia, e magari certe leggerezze ti spinge a non concedertele più. Ti cambia, e magari ti spinge a coprire certe mancanze, di rispetto e compassione, di comprensione e comprendonio.

Perciò si, io auguro a tutto questo mondo infame alla fine di rendersi conto del significato di queste mie parole, e nel peggiore dei modi. Vivendo il mio stesso sconforto, frustrazione e delusione dell’umana natura, incapace di provare empatia.

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6 thoughts on “Ti auguro un annetto, ma anche due, di disoccupazione.. è il nuovo anatema

  1. come ti capisco, adesso ti racconto quello che è capitato a me stamani:
    Oggi terzo mese di disoccupazione comincio a “raccogliere” i primi frutti di questa straordinaria stagione della vita che si chiama disoccupazione! Mi spiego meglio: nella prima fase si è come in una zona franca per cui la gente ti vede insolitamente in giro in orario di lavoro e comincia a sospettare che qualcosa sia successo senza però l’opportuna sfrontatezza di chiederti direttamente cosa sia successo, diciamo che si basa su inchieste rivolte a terzi che possono dare esito positivo o negativo. Diciamo che siamo in una sorta di limbo che ancora ci protegge da battute o imbarazzanti domande. Bene, dopo tre mesi, in una sorta di liberazione catarsica cominciamo noi per primi a informare le persone, quasi a volerci liberare da soli del fardello, un po’ come la persona non troppa alta che ironizza sulla sua statura attraverso lo strumento dell’autoironia anticipando cosi la sagacia di terzi, una forma di difesa che le persone attuano quando rimangono feriti dalla pungente ironia delle persone. Bene, oggi reicontro per caso un parente che fa il postino al quale appena due giorni fa avevo raccontato di essere stato licenziato, io ero in bici ad andatura lenta mentre lui era in moto per consegna di corrispondenza, nell’incrociarci si rivolge al mio indirizzo sottolineando il fatto che andavo troppo veloce in bici, della serie, beato a te che non hai nulla da fare mentre io sono indaffaratissimo! Piccolo esempio del danno oltre la beffa, disoccupati e derisi, bellissimo e straordinario connubio. Mi direte, lascia perdere, è un cretino, pensava di essere simpatico e blah blah blah, ma la sostanza è una sola, purtroppo dobbiamo fare i conti con le persone, e le persone sconti ai disoccupati non ne fanno, anzi, se prima ti rispettano o temono, dopo le medesime persone si prendono gioco di te…………

    • Quanta verità, un piccolo esempio di cui ciascuno di noi potrebbe stare qui a raccontarne altri dieci, o cento. Noi però non ci azzardiamo mai a ironizzare, nemmeno “per scherzo” -passami il gioco di parole – su qualsivoglia cosa.. Chissà come mai.
      Eh ma per esperienza ti dico che la ruota gira e prossimamente ti troverai tu a poter restituire la battuta. Non lo farai, ma penserai a questo momento, vedrai.

  2. MI unisco! Lo urlo forte anche io, facciamo un coro. E auguro l’anno di disoccupazione (anche due) da spendere all’ufficio inps per almeno 7 mesi, prima di vedere qualche centesimo del sussidio, con il quale poi si pagheranno i debiti accumulati.

  3. A me avanzano più di un VFC; i miei non scadono, li custodisco gelosamente e li uso con parcimonia, sono come una LIBERATORIA (fanno rima con SANATORIA)…

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