Il tri-calogo del disoccupato

Ovvero: come sopravvivere alla disoccupazione (e magari ricavarne anche qualcosa di buono).

Ebbene si, volevo scrivere un decalogo, ma poi mi sono accorta che in realtà, le azioni fondamentali che noi disoccupati dovremmo intraprendere per uscire dal pantano, non sono poi, molte, e girano tutta intorno più o meno allo stesso concetto.

Che no, non è: mettersi su più siti per la ricerca di lavoro possibili e sfondarci le scarpe a furia di andare a portare cv (anche se serve, va fatto, ..ma non “ad cazzum”, o a “ndo cojo cojo”, o secondo la logica della “quantità non qualità”).

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Ma che è: curare di più noi stessi, per riprenderci in mano la nostra vita. Rifiorire, sbocciare. Navigare fuori da queste cattive acque, o almeno barcamenarsi con un minimo di dignità.. insomma. Usate la metafora che volete, purchè:

A. prendiate coscienza del  fatto che nessuno vi aiuterà se non sarete voi i primi ad aiutarvi

B. la disoccupazione può anche non essere un handicap, ma un’opportunità.

Di cambiare, fare altro, rinascere, rifiorire. Torniamo ancora sulle metafore ma mi avete capita.

Io devo confessare che, pur nelle enormi difficoltà e nei momenti di sbattimento e sconforto, continuo ad essere convinta che questo periodo, il licenziamento dalla mia vecchia azienda, e il passo obbligato di rimettermi in gioco e sul mercato, siano stati la cosa migliore che mi sia capitata nella vita. Nonostante il dolore, la fatica, i sacrifici, il male.

Mi hanno salvato da una vita monotona dietro la stessa scrivania, a lavorare per gente incapace (incapace nel loro lavoro e incapace di vedere le mie potenzialità, o le loro stesse, ad esempio; incapaci di cogliere le opportunità, incapaci di lanciarsi, incapaci di tirarsi fuori dal baratro in cui si erano cacciati con le loro stesse mani, etc.etc.); a bruciarmi il cervello giorno dopo giorno su cose stupide e inutili, senza criterio, senza creatività (perchè così andavan fatte, per non rischiare). Mi hanno salvato da un destino altrettanto crudele (il licenziamento) fra dieci anni, invece che ora. Con un handicap di età e mancato sviluppo che allora si, mi avrebbe ridotta allo zero assoluto.

E quindi, io qui vi esorto, a seguire il mio “fulgido esempio”: non datevi per vinti, rifiutatevi di farvi incasellare dove vogliono gli altri (non abbastanza, non formato, inutile, in-occupato, dis-occupato, da ri-formare, da ri-qualificare, etc etc), scegliete voi la definizione che più vi aggrada o rispecchia o vorreste vi rispecchiasse da qui a un anno, e lavorate sodo per arrivarci.

Ma soprattutto, rispettate il tri-calogo fondamentale del disoccupato (a mio modesto avviso):

1 e 2: Occupate il vostro tempo con qualcosa di utile, non in polemiche sterili o a piangervi addosso.

Va bene, siamo incazzati. Si.

E lo saremo per tanto, tanto tempo, nel futuro a venire. Ad alcuni di noi non passerà mai.

E siamo delusi, ci viene da piangere ogni volta che qualcuno nomina la parola “lavoro” o che diamo una sbirciata al cardiopalma al nostro conto in banca (chi ancora ne ha uno).

Però diamine: dobbiamo essere questa zecca attaccata al sedere di chiunque abbia la sfortuna di ascoltarci/incontrarci? ASSOLUTAMENTE NO.

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Basta con i piagnistei e gli strepiti, basta con i post incazzosi e ripetitivi, basta con la polemica sterile che non lascia spazio al dialogo, basta con i pensieri negativi “io non troverò mai, io non sarò mai, io io io”, basta anche all’egocentrismo. Se siamo talmente occupati a piangere su noi stessi, come faremo ad accorgerci di quello ci sta attorno? Come faremo ad evolverci assieme al contesto, a cambiare come dobbiamo fare – per emergere e sopravvivere ?

Se abbiamo scacciato chiunque ci stesse ascoltando con le nostre manfrine, chi mai ci ascolterà quando avremo qualcosa di importante da dire?

E quindi (punto 2) troviamoci qualcosa di più utile da fare.

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E no, non sto parlando della piattaforma perfetta di ricerca dell lavoro. che si fottano, quegli avvoltoi.

Sto parlando di coltivare noi stessi, come fossimo piccoli, teneri, deboli germogli che si affacciano or ora al di fuori del terreno, dopo il lungo inverno. coltiviamoci perdindirindina. diamoci da fare.

Prendiamo corsi di lingue austroungariche o impariamo a fare la calzetta, diamoci alla pedicure per cani o alla progettazione di casette per gli uccelli.. troviamoci un hobby, un interesse, una distrazione.

Variamo il nostro repertorio, che ne abbiamo bisogno.

Tanto qui è una palude stagnante e malsana, e nessuno ci vorrà venire a vivere, o anche a trascorrere un solo minuto in più, con noi.

 

3. mettetevela via.

E’ difficile, lo so, a volte sembra quasi impossibile. A volte, quando credete di avercela fatta, vi ricade addosso e dovete ricominciare, lo so, lo so, lo so…

Ma davvero: mettetevela via.

Qualunque cosa sia che vi rode la notte e non vi fa dormire (se sono i debiti, va beh, quella è una cosa che non si può metter via, ma negli altri casi.. fatevi un favore e donatevi un pò di serenità): mettetevela via. Affrontatela, combattetela, chiamatela con il suo nome, sfanculatela, non so come dirvelo. Ma poi PASSATE OLTRE.

O almeno provateci.

Perchè quello che è stato è stato e non potete cambiarlo, ma da qui in poi dovrebbe essere tutto nelle vostre mani, soprattutto la vostra serenità mentale.

Che poi diciamocelo: stiamo qui tanto a piagnucolare su quello che “ci hanno fatto”, ma siamo tutti sulla stesa barca e comunque a conti fatti nessuno ci darà ragione, nessuno ci compiangerà. Se non postumamente. Ma allora sarà francamente troppo tardi, no?

Perciò fate una bella cosa per voi: ragionateci su, scontratevici, cozzateci la testa, piangete se dovete farlo, ma poi basta. Mettetevela via.

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La vostra azienda vi ha traditi e sembra che fosse in pieno diritto di farlo. O anche no, ma tanto lo fanno tutte, e non siete ne i primi è gli ultimi. Tanto vale che ci mettiamo il cuore in pace e andiamo avanti.

O cerchiamo di farlo, ci sforziamo di farlo.

Se ci sforziamo abbastanza, anche cadendo qua e là, un giorno forse ci riusciremo.

In ogni caso accadrà prima che qualcuno venga a raccoglierci, questo è poco ma sicuro.

a-nessuno-frega

 

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7 thoughts on “Il tri-calogo del disoccupato

  1. e se aggiungessimo una quarta voce e diventasse una quadralogo. e la quarta fosse: “non ho più voglia di” diviso in mille sottovoci dove ci fossero tutti i non ho più voglia di fare di….perchè fino adesso mi sono ammalato di nervoso, d’ansia, di gastrite, di licenziamento, di signorsì, di sono nella merda. Mi sono ammalato perchè invece di dire non ho voglia, ho sempre detto lo faccio, lo faccio comunque, lo faccio pure se mi trattano da zerbino, se mancano di rispetto al mio lavoro, se nessuno mi aiuta, se sono circondato da analfabeti, se aver studiato non è motivo di elezione, ma una cosa di cui vergognarsi. Fate i vostri non ho voglia, magari esce la volta che quando avrete voglia di fare qualcosa questa concide con la voglia di altri e potrebbe diventare un lavoro, un’opportunità, una crescita personale.

    Saluti a tutti e statemi bene

  2. Cara giovane, carina e disoccupata il tuo articolo mi è piaciuto anche perchè parla di sensazioni vere. Posso confermare l’importanza di prendere in mano la propria vita e di non crogiolarsi nella disperazione (anche se è difficile non farlo ovviamente). E aggiungo: quando meno te l’aspetti, quel cv mandato con il “va bè tanto non mi prenderanno mai” a volte ti cambia la vita (-: In bocca al lupo, bacione!

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