Storie di quotidiano orrore

Le storie di quotidiano orrore, sono quelle che sento – appunto – ormai ogni giorno, e che mi provocano un quotidiano orrore, oltre che un certo ormai insopportabile disgusto.

babau ottobre

Ne sento di ogni tipo e dovunque, ma l’orrore e il disgusto sono sempre gli stessi. Le sento alla televisione, che ho smesso quasi del tutto di guardare proprio per questo motivo, e alla radio (che ho ricominciato a non accendere), e sui giornali, che come spesa di lusso ho eliminato quasi completamente, e sui blog, su twitter (ebbene si, le storie di quotidiano orrore si possono riassumere anche in 140 caratteri) e sui quotidiani online di informazione, quelli di partito ma soprattutto quelli non, e al  mercato, al supermercato, agli angoli delle strade, nelle conversazioni della gente, nelle telefonate fatte con tono di voce sostenuto e in quelle di recriminazione, dalla parrucchiera e dalle amiche. E in famiglia.

Come se ormai fosse sport nazionale, raccontarsi le storie di quotidiano orrore. Come se ci fosse una gara a chi racconta la più cruenta o la più triste, la più patetica e la più pietosa.

E mai un lieto fine, nemmeno a piangere in cinese.

La gara è a raccontarsi la peggiore, con il nemmeno troppo segreto intento di godere delle disgrazie altrui e rincuorarsi che, per una volta, la peggiore non è capitata a noi.

Si, perché le storie di quotidiano orrore sono quelle che non ammetteremmo mai che possano capitare a noi: succedono sempre a “un mio amico”, un conoscente, quel disgraziato di mio fratello, un amico di un amico di un amico, un tizio. Uno qualunque.

E se ne sentono di ogni, no?

Se ne sentono di gente che per il terzo anno di fila ha la cassa integrazione in ditta e ancora si lamentano se qualche volta li chiamano a lavorare, perché, stranamente, si sono accorti che è molto più comodo starsene a casa pagati (anche di meno, ma comunque vuoi mettere?) a fare i propri affari (e magari perché no, un secondo lavoro in nero con cui arrotondare perché oh, avremo pure il diritto di vivere agiatamente e non rinunciare alla pizza del sabato sera o no?) che alzarsi per andare a lavorare le mattine in cui ti chiamano. E se ne sono sentite di gente che ad agosto non poteva pensare di dover rimanere a disposizione dell’azienda perché oh, anche se non hanno lavorato per tutto l’anno perché stavano in cassa, loro alle ferie avevano diritto.

E se  ne sentono di imprenditori che non ce la fanno più e si tolgono la vita, e di altri che nottetempo trasferiscono le aziende all’estero, dove la  manodopera costa un terzo e lo stato non ti asfissia con  tasse e soprattasse per mantenere una teoria di deputati politici e istituzioni statali ormai inutili, che però “non si possono” abolire (perché oh, sono un diritto del cittadino e soprattutto di chi ci lavora, che mica può restare a casa così, dall’oggi al domani, no?).

E se ne sentono di politici che si lamentano, che si accusano, che si scannano, ma che intanto non fanno niente per cambiare le cose. E di gente che si lamenta che si scanna e che muore di fame, ma che intanto non fa niente per cambiare le cose. E di istituzioni statali e parastatali che si lamentano e si scannano e… no. Loro continuano ad andare avanti come se nulla fosse, e i cittadini che si arrangino.

E poi se ne sentono di gente che si lamenta perché deve lavorare il sabato e la domenica perché le loro aziende non assumono. E di gente che pensa che questa gente dovrebbe provare a stare un anno senza lavoro, a casa non solo il sabato o la domenica ma anche gli altri giorni, a riposarsi, e a impiegare tutte e 24 le ore del loro prezioso tempo –  quello che non hanno mai quando lavorano – per pensare a come faranno a pagare la prossima bolletta invernale del riscaldamento.

E si sente di questo o quello che “fa un lavoretto”, qua e là, ma così, niente di serio, e di gente a cui hanno chiesto un favore, un lavoretto a poco, o addirittura un buon consiglio “aggratis” perché oh, c’è la crisi che mica qui si pensi che è come una volta, che lavoravi e c’era da pagarti bene che riuscivi a mantenerti. Qua quello che c’è c’è, se ti va bene è così sennò ne trovo altri 10 100 1000 di morti di fame che mi fanno il lavoro a meno.

Che mica pensi che il tuo lavoro vale più di quello degli altri e che debba essere pagato come una volta.

Che prima mi devi dimostrare quanto vali, che qui non si possono mica fare investimenti alla cieca.

E si sente di gente che ha lavorato per mesi senza percepire lo stipendio, mantenuti solo a promesse e pagherò (si, e provate voi a pagarci l’affitto o la spesa al supermercato: entrate e alla cassa dite “oh, siete i miei primi sulla lista quando quelli per cui lavoro mi danno i miei soldi… ma non vi preoccupate: io sono il primo sulla loro lista!” e poi vediamo…) e poi l’azienda ha chiuso, una bella mattina, e li si che non c’è stato proprio il lieto fine, alla quotidiana storia dell’orrore.

E di gente che ha lavorato mettendocene di tasca sua, perché cosa fai? Te ne stai a casa con le mani in mano che poi ti viene la depressione?

E di gente che sono mesi che picchettano l’industria dove lavoravano e che li ha lasciati a casa, con la connivenza dei sindacati che ora fanno finta di fare la voce grossa e “organizzare la rivolta del partito operaio” e la pietà di questo o quel conduttore tv che li porta in prima serata per farsi bello a parlare della crisi e dell’Italia che ha fame.

E di gente che doveva andare in pensione quest’anno ma gli hanno spostato la soglia di altri 5 o 6 anni  e non sanno più come fare per versare i contributi che gli mancano, perché non hanno un lavoro. E di gente che gli manca 20 (se gli va bene) per andare in pensione ma intanto non sta versano i contributi ora che potrebbe lavorare perché nessuno assume più, per non pagare proprio quei contributi allo strozzinaggio di INPS e compagnia bella, e quindi boh… chissà se si andrà in pensione, fra 20 o 30 anni?

E di casalinghe disperate, di mamme che non sanno come pagare la scuola dei figli, di padri che non sanno dove trovare di che mantenere la famiglia, e di piccolo imprenditori e commercianti che chiudono bottega e lasciano a casa la gente, perché conviene di più farsi mantenere dallo stato che lavorare per vedersi portar via quei pochi guadagni in tasse e balzelli vari.

Di indici ISTAT che misurano chissà cosa, e di commercianti che piangono miseria perché l’economia è ferma e nessuno compra.

E dei soliti finanziamenti alle banche, o aumenti % dell’IVA o di qualche nuova accise sulla benzina, approvati nottetempo alla Camera o al Senato (loro si che si possono permettere sonni tranquilli: sonni d’oro e di diamanti e smeraldi… e anche qualche piccolo tafferuglio, giusto per mantenere vivo e desto l’interesse dei media e dei cittadini, ben distolti dal reale “problema”).

tuonopettinato-web

Insomma: vere e proprie storie delle orrore che, come le storie dell’orrore raccontate prima di andare a letto (per chi un letto ancora ce l’ha), non ti fanno dormire la notte.

E pensare che, quando eravamo piccoli, avevamo paura di uno sciocco, un po’ patetico, Babau.

Che ora, poveraccio, con tutti questi nuovi mostri, sarà rimasto disoccupato anche lui.

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6 thoughts on “Storie di quotidiano orrore

  1. Come è vero. Ne parlavo proprio stamattina. Nel we sono uscita, ho visto amici, gente, ho raccolto un bel po’ di storie orrorifiche e nessuna velata speranza. E non avevo chiesto niente e non avevo detto niente, ché ormai la mia storia d’orrore ha annoiato anche me.
    E la sera i Babau mi hanno coccolato, altro che. Meglio i Babau sotto il letto che tutto quello che sta fuori dalla stanza. Terrore vero.

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