Il Fenomeno

scienza della disoccupazione

Di che Fenomeno stiamo parlando, vi chiederete, del Fenomeno della Disoccupazione?

No, di quello hanno già parlato in tanti, dicendo cose più o meno giuste, più o meno realistiche, più o meno tristi. C’è chi per esorcizzare questo fantasma parla di statistiche, di trend, di movimenti, come se parlasse di un titolo quotato in borsa: in salita, in discesa, in aumento, in lieve diminuzione.

Mai “in calo netto”, come i chili di troppo che prendiamo e che poi non riusciremo mai più a smaltire. Mai “debellato” come il virus della peste, o quello di Ebola. Bastasse scovare l’antidoto giusto, a questo male che ci dilania il ventre, saremmo tutti ricercatori. Quello si, che sarebbe stato un sacrificio fatto volentieri, invece che questa o quella tassa per riempire le abuliche casse di uno Stato che ormai s’è sputtanato.

O forse no. Forse saremmo ugualmente tacitati, castrati dalle sette del potere come dalle case farmaceutiche, che non guadagnerebbero un soldo dal nostro star bene, e a cui conviene mantenerci così. Malati, morti, sull’orlo del baratro, disperati. Inerti. Inermi. Senza voce. Senza dignità, senza idee.

Ma no. Senza idee noi, miei cari. Senza idee mai.

Per questo ci ostiniamo a scrivere, scrivere, scrivere. Mettere nero su bianco i nostri pensieri, raccontarli a qualcuno. Per questo ci ostiniamo a cercare sempre nuovi argomenti, di cui parlare, dibattere, raccontare.

Per questo continuiamo a cercare la nostra verità, le nostre motivazioni. Per andare avanti, per guardare con serenità indietro. Per imparare dal passato e costruire un nuovo futuro, per uscire dall’empasse. Per costruire qualcosa dalle ceneri della vita che ci hanno bruciato attorno, come i classici ponti di cui si parla sempre.

fenomeno_definizione

Si parla, infatti, si parla di tante cose. E qualcuno di noi non può proprio fare a meno di arrabbiarsi, ancora, o di piangere, di lamentarsi, o di tacere, vergognandosi.

La sfera emozionale di quello che stiamo provando, ha contorni che non sono ancora mai stati tracciati sulla carta, e forse non lo saranno mai. Ci hanno giudicati gli altri (inadatti, inutili, indegni, ingrati), ma io non mi sento più in grado di giudicare niente, nemmeno le profondità del mio stesso dolore, della mia rabbia, della mia delusione e si, della mia vergogna.

Un giorno, forse, saremo in grado di scriverne un compendio, una fenomenologia del fenomeno, ma per ora limitiamoci ad osservare, scrivere i nostri appunti con inchiostro color sangue e ossa e cenere. Un giorno forse ne tireremo fuori uno schema, chi lo sa, un disegno dai contorni precisi, una sequenza sensata, una teoria. Causa ed effetto. Motivazioni, soluzioni. Ragioni, e non scusanti.

E se e quando finalmente ci riusciremo, forse tutti i tasselli del puzzle torneranno insieme e noi ci sentiremo finalmente, di nuovo, completi.

Ma per il momento nulla. Nessuna teoria, solo qualche appunto, su questa cosa che ci accade e ci divora vivi, che fa vittime come una guerra, ma una di quelle silenziose, come quelle chimiche, come quelle batteriologiche.

I sopravvissuti forse ne racconteranno. Cantori ne canteranno, giornalisti ne cronacheranno, i vecchi ricorderanno, e alcuni taceranno, perché parlarne farà troppo male. Ma per ora noi parliamone e scriviamone, finché le ferite sono ancora fresche e sanguinano, e il dolore ci tiene ancora vivi.

Capiremo poi, forse, qualcosa di questa cosa, di questo “fenomeno”. Che di fenomenale, non ha proprio nulla, anzi: la storia è così trita e ritrita, che ne conosciamo ogni nota, di questa odiata canzone, scritta da qualche strofarolo da strapazzo, sul Fenomeno.

E voi, chiamatelo come volete. In fondo, è un vostro diritto, visto che è voi che sta divorando.

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